Una scelta legittima e una verità lampante

Una scelta legittima e una verità lampante

Sfefano D'Alessandro e Fabio Liverani - Foto Matteo Bertini

D’Alessandro rivendica con forza la sua voglia di vincere.

Lo sottolinea con veemenza, attaccando in conferenza stampa. Non lasciando spazio a tanti (ragionevoli o meno) dubbi su altre interpretazioni rispetto alla sua scelta.

Sgombriamo il campo da qualsiasi equivoco: lui è il presidente e lui ha l’onere (e anche l’onore) di decidere la direzione che deve intraprendere la società. Le sue scelte si possono convidividere o meno, ma tanto poi alla fine sarà lui a esserne responsabile. Giustamente – come ogni presidente – dopo aver valutato pro e contro, ha deciso. Se sarà una giusta scelta o meno ”lo dirà soltanto il futuro”, come lui stesso ha detto durante la conferenza di oggi. Il fatto che si sia d’accordo o meno sulla valutazione fatta è secondario.

C’è una verità non detta, ma comunque lampante emersa dalla conferenza stampa di Stefano D’Alessandro: non considerava (e sicuramente non da ora) Ignazio Abate in grado di poter portare la Ternana in Serie B.

Ha snocciolato numeri, D’Alessandro: citando il distacco dalla prima in classifica che negli ultimi due mesi non è cambiato. Ha sottolineato come il primo posto conquistato alla fine del girone d’andata non sia stato mantenuto. D’Alessandro voleva di più e siccome questo “di più” non è arrivato, ha maturato la decisione che tutto quello che si era fatto non bastasse, che Abate non fosse adatto.

Ribadiamo ancora una volta: tutto legittimo. E’ lui che decide, è lui che ha la responsabilità.

Non è possibile però che siano stati (solo) i risultati a determinare l’interruzione del rapporto. Piccolo riassunto: il 6 febbraio, la sera del primo esonero, la squadra era reduce da due vittorie consecutive. E aveva appena recuperato da -5 a -3. Il presidente doveva avere a prescindere altre motivazioni strategiche per mandare via l’allenatore: non tecniche e non di risultati. Tanto è vero che l’intervento di tifosi e squadra ha sovvertito la decisione. Per questo si è parlato di questioni personali, tra i diretti interessati (senza voler per questo rimestare su un episodio che ancora una volta oggi, con veemenza, il presidente ha voluto eliminare dalla discussione). Dopo due mesi la situazione non è cambiata: il distacco è leggermente aumentato (-5), la media punti da allora è rimasta la stessa (2,11 a partita esattamente come tutto il campionato), la Ternana ha il miglior attacco e la seconda miglior difesa (e addirittura prima della disastrosa partita di Lucca aveva la miglior difesa d’Italia). Sono cambiate, è vero, le ultime due partite: un solo punto conquistato. I numeri si possono leggere in molti modi, ma alcuni – esattamente come ha detto il presidente – sono incontrovertibili. A D’Alessandro non andavano bene, perché riteneva si dovesse fare ancora meglio.

Noi non pensiamo sia scontato fare di più. Possibile, ma non probabile. Vincere non è scontato, anche se sei fra i favoriti. Questa squadra era reduce da una retrocessione, ha puntato su un allenatore e un dirigente alla prima esperienza fra i “grandi”, si è assemblata a campionato finito, ha preso un -2 in classifica, ha vissuto settimane di tensione prima del cambio di proprietà, ha visto passare due direttori generali (Foresti e D’Aniello), un direttore sportivo (Capozucca, con cui ha iniziato la stagione), un esonero poi rientrato e un clima gelido di rapporti fra area tecnica (Abate e Mammarella) e presidenza che negli ultimi due mesi si era trasformato in un muro invalicabile. Al netto degli infortuni, delle sfighe (o del culo), del mercato, eccetera eccetera. Vincere sarebbe stata un’autentica impresa o lo era anche rimanere incollati fino alla fine o anche vincere i playoff. Ma quello che pensiamo noi conta poco: siamo degli osservatori esterni.

Conta quello che succede e quello che viene deciso. Alcuni pensano sia giusto, alcuni pensano sia sbagliato. Il metro di giudizio utilizzato da D’Alessandro pone l’asticella altissima: paradossalmente anche Conte sarebbe potuto essere in discussione visto che prima delle Milan in 7 partite aveva fatto 8 punti e si era ritrovato secondo.

Ribadiamo che, dal nostro punto di vista, esonerare un allenatore equivale a dire che il progetto non funzionava più. Significa certificare un fallimento. L’esonero è un atto doloroso. Questo esonero non sfugge da questa logica ma ha un eccezione: D’Alessandro non aveva scelto Abate e se l’è trovato quando ha acquistato la società. Come tutti gli altri che c’erano. Foresti, D’Aniello, Mammarella. Li ha giudicati e ha preferito sostituirli. Il feeling fra D’Alessandro e Abate non era mai scoccato. Così come con il direttore sportivo. E alla lunga ha pesato più questo che i risultati. E’ questo il non detto che si illumina con grande evidenza dopo la decisione di martedì e la conferenza di mercoledì.

Sempre legittimo, conviene sempre ricordarlo. E proprio perché legittimo non ci sono numeri che tengano, né che possano nascondere un’evidenza.