“Grazie presidente, però”

Stefano D'Alessandro insieme a Thyrus

Quello che ha dato più fastidio a D’Alessandro è quel “però”, messo in molte delle considerazioni sul suo operato. Vero, si usa. Spesso. Ma questo non significa che il fatto di aver rilevato la Ternana non sia stata una salvezza determinante per il futuro del club. E’ assodato, è un dato di fatto, è una certezza. Se D’Alessandro non avesse acquistato il club non solo la Ternana rischiava seriamente di fare un campionato di sofferenza, ma magari rischiava anche la sopravvivenza. Il futuro non lo può leggere nessuno, ma la situazione – ce lo ricordiamo tutti – non era certo semplice.

D’Alessandro è arrivato, ha subito fatto capire di essere solido economicamente, di essere ambizioso e di voler puntare in alto. Da qui nascono i “però”. Perché si è sempre dato per scontato che ottemperare agli obblighi, pagare gli stipendi era il minimo, non il massimo. In aggiunta a un’altra considerazione basilare: se prendi una società di calcio o sei un truffatore (e non ci sembra proprio il caso) oppure sai che ci sono delle spese. Per un imprenditore che prende un club dire pago gli stipendi è come dire faccio la spesa per preparare la cena. Se non hai la disponibilità per fare la spesa, è inutile che prepari la cena.

Il “però” è un attestato di fiducia. Non ci siamo dovuti preoccupare della solidità economica della Ternana, come era in precedenza. La precedente proprietà non ha mai nascosto che per sostenere le spese di un club avrebbe dovuto ridurre costi e incrementare ricavi (anche con il minutaggio dei giovani). D’Alessandro non si è mai posto il problema: ha sempre ribadito con efficacia che questo problema non ci sarebbe più stato. E il grazie, di fine settembre vale per sempre.

Non è affatto scontato che abbia portato avanti il progetto stadio. Non è affatto scontato che stia portando avanti il progetto del centro di allenamento. Questi sono altri fatti, importanti.

I “però” non sono relativi a questo e non mettono in discussione quello che è stato fatto. I “però” arrivano perché la figura del presidente di squadra di calcio è una figura esposta al giudizio universale. Ha salvato la società però fa troppe conferenze stampa. Ha portato avanti il discorso stadio clinica però non parla mai. Ha progettato il centro di allenamento però non va d’accordo con Abate. Ha pagato gli stipendi però doveva esonerarlo prima. Però è inesperto, però è troppo romano, però è troppo morbido, però è troppo duro, però ride troppo, però si incazza spesso, però ha dietro una banca, però vediamo quanto regge, però cambia spesso idea, però è troppo rigido, però ha mandato via Foresti, però vuole intervenire troppo spesso, però, però, però, però

Però fa il presidente. Di calcio. Lo sport più amato dagli italiani. Lo sport in cui tutti ci sentiamo esperti, in cui tutti sanno meno di te. Il presidente di calcio è proprietario di un bene che di fatto amministra per conto dei tifosi, a cui a sua volta deve rendere conto. Mette i soldi, paga ma la squadra fondamentalmente non è la sua: è sempre dei tifosi, della città.

Un giocatore si giudica ogni novanta minuti, un allenatore ogni mese, un presidente ogni anno. E nel frattempo si parla 365 volte, durante quell’anno.

E’ per questo che l’unico arbitro è il campo, il terreno di gioco. Se vinci sei un eroe, se perdi sei uno stupido. Fine: molto semplice. E non esiste la ricetta per vincere e quindi per essere eroi. Ci sono delle filosofie da seguire, personali. Non c’è una formula magica.